"Champagne for my real friends. Real pain for my sham friends" (used as early as 1860 in the book The Perfect Gentleman. Famously used by painter Francis Bacon)



mercoledì 19 giugno 2013

INTERNET: SPESSO UNA SCRITTURA CRONISTICA, STILISTICAMENTE MODESTA


INTERNET: SPESSO UNA SCRITTURA CRONISTICA,
STILISTICAMENTE MODESTA

 

Molto di quanto si trova scritto “su Internet” come medium originario si risolve in una scrittura cronistica (e passi), ma per di più mutilata: non solo di maestri, bensì anche – e prima di tutto – di correttori.
 
Che noia quando papà mi faceva leggere certi suoi articoli! Io a parte i non sequitur (che poi erano semplicemente frasi mal riversate sul foglio dalla macchina per scrivere meccanica) che talvolta riscontravo, gli dicevo: troppe parole fra virgolette.
Papà e la sua tessera di giornalista professionista dal 195X?
 
A parte due libri e qualche dozzina di articoli a mia firma, i post di questo blog ormai guardano a soglia 300.
Cosa mi manca? Da non giornalista professionista più bravo e più cinico della media dei giornalisti con 50 o meno anni di età mi rispondo da solo: un capo servizio ([1]) che mi tagli quattro righe, mi corregga la forma, eccetera.
 
Pacchi e pacchi di sciocchezze, spesso anche mal scritte, nei blog, soprattutto in quelli italiani.
Recensioni obsolete 24 ore dopo la loro pubblicazione e per di più prostrate, ammiccamenti (il capo servizio mi avrebbe cancellato con la matita blu “strizzate d’occhio”) amichevoli che non convincono nessuno.
Righe e righe prive di una ricerca ben fatta ([2]).
 
Ma al poco e al peggio, rispettivamente, non c’è fine: il primo esemplificato da un’autrice letteraria (della quale ho conosciuto l’esistenza per via di un documentario televisivo recentemente) con un proprio blog aperto nel 2008: un solo post.
All’opposto sono letteralmente capitato in un blog che dichiara accessi a decine e decine di migliaia, ma che rispetto alle citazioni su Filippo Tommaso Marinetti riproduce pedissequamente (anche nella struttura) le wikiquote di Wikipedia.
 
Tanto per non essere acritici o prostrati, senza eccessi di virgolette o punti esclamativi.
 
 
                                                                                                                      Steg
 
 
 
© 2013 Steg, Milano, Italia.
Tutti i diritti riservati/All rights reserved. Nessuna parte di questa opera – compreso il suo titolo – e/o la medesima nella sua interezza può essere riprodotta e/od archiviata (anche su sistemi elettronici) per scopi privati e/o riprodotta e/od archiviata per il pubblico senza il preventivo ottenimento, in ciascun caso, dell’espresso consenso scritto dell’autore.
 




[1] I capo servizio non esistono più, la gente che lavora nelle strutture editoriali (e dei mezzi di comunicazione più in generale) gode di qualifiche anglofone steroidee (per dirla alla Stephen Gunn) rispetto alla sostanza delle medesime e poi si ferma lì: lì dove? Lì nella sub-mediocrità irreversibile.
[2] Questo non potrete mai contestarmelo.

lunedì 17 giugno 2013

BEPPE VIOLA


BEPPE VIOLA

 

Per gancio o sponda al post sull’Umberto Simonetta, si potrebbe ben fare anche uno scritto sul Beppe (cioè Giuseppe ([1])) Viola, morto (un decennio prima del Gianni Brera) nel 1982, il 17 ottobre.

 

La letteratura “alla milanese” – no questa aggettivazione non è del ([2]) (Piero) Cola(K.)prico – può essere rigida e cosacca (Giorgio Scerbanenco), oppure smargiassa eppure ancora militare (ussara?) se declinata con più o meno nativi (Simonetta e Brera).
Viola lo sento più defilato, con battute di quello che nel gruppo non è mai completamente sotto i riflettori.

 

Infatti, si tratta di un autore che, non avendo scritto libri di tenore “classico”, ma restando nell’ambito essenzialmente giornalistico che gli era proprio anche nei tomi ([3]) – con qualche incursione da sceneggiatore cinematografico e quella, che in fondo già di per sé sola lo rende noto (credo non ai ventenni), di coautore con Enzo Jannacci della canzone “Quelli che…” ([4]) – non ha mai avuto una grande eco popolare.

 

Ho avuto conferma definitiva del fatto che il popolo non segue quelli che viaggiano in bicicletta perché abitano in centro ([5]), ma preferiscono artisti diciamo così un poco meno “esistenzialmente corretti” quando ho raffrontato gli accessi al mio post su Enzo Jannacci e a quello su Franco Califano ([6]) ([7]): il secondo surclassa il primo in modo eclatante.

 

Come se ce ne fosse stato bisogno di tale conferma: non è che gli accessi al mio post su Umberto Simonetta siano in numero ingente, ma questo scrittore beneficia almeno del fatto di essere morto da tempo, più vicino alla storia che non alla cronaca.
Per contro, Beppe Viola riesce a essere meno interessante di Jannacci, pur se morto prima di Simonetta.
Beppe Viola non interessa quasi a nessuno di diverso da certi suoi colleghi, anche illustri.
 
Questo post quindi si risolve in meno di quell’esile libro (libro? Opuscolo in formato A4) sulle New York Dolls di Morrissey prima della notorietà del secondo?
Direi di sì, né – credo – contribuirà a maggior popolarità di Viola il libro pubblicato nel maggio 2013 da sua figlia Marina: Mio padre è stato anche Beppe Viola ([8]), i cui toni sulla notorietà del genitore mi paiono eccessivamente ottimistici.
 
Del resto, anche nelle biblioteche pubbliche milanesi si fatica a reperire quanto scrisse il padre di Marina.
 
Questo mio scritto non ha un finale in quanto non esiste un finale che non sia stereotipato, retorico e nostalgico (e forse anche piagnucoloso), mentre Beppe Viola senza “anche” era, in fondo, un po’ un teppa, come si dice a Milano, o con un modo di vivere un poco “gonzo” per citare Hunter S. Thompson.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Beppe proprio non mi piace come diminutivo (dovevo scriverlo), meglio il veneto Bepi, eppure tutti i Giuseppe cui è attribuito ne vanno orgogliosi. Del resto Gianni – gioanfucarlo necessariamente – Brera lo chiamava Pepinoeu anche nelle sue righe commemorative pubblicate da La Repubblica del 19 ottobre 1982.
Aneddoto: l’articolo è intitolato “Lasciatemi piangere seppure in ritardo” in quanto il quotidiano non “usciva” allora di lunedì e Viola morì di domenica.
[2] Qui finisce il gioco del mettere l’articolo determinativo prima di nome e/o cognome, tipico tic meneghino, appunto.
[3] Non ho rinvenuto una corretta bibliografia di Beppe Viola.
[4] Ma come ho scritto nel necrologio su Jannacci, Viola non risulta coautore nei “crediti” dell’album in cui quella canzone è contenuta.
[5] Del resto, se fra loro vi fossero miei lettori assidui avrebbero criticato il mio “Hire a brain (Sniper series 16)”.
Per il resto mi astengo da polemiche con l’attuale Sindaco di Milano, il cui padre fu mio docente di Procedura Penale, quanto a piste ciclabili e corse podistiche domenicali.
[6] Tecnicamente la ricerca non è influenzata dal fatto che la parte principale del secondo sia scritta da Glezos.
Quindi devo ritenere che la rete non menta quando si preferisce l’obituary sul Califfo.
[7] Califano è uno solo, Jannacci no, lo noto perché politica del blog e quella di indicare sempre il nome proprio delle persone citate (anche se scrivendo Bowie nessuno penserebbe a Zowie.).
[8] Ove è ampiamente citato il giornalista Sergio Meda, che fu per lo meno mio “buon conoscente di famiglia” una trentina di anni fa.

domenica 16 giugno 2013

SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE


SCUOLE DI SCRITTURA? NO GRAZIE
 

Quando ero ragazzino, la mia amica S. era amica di Stefania Craxi, figlia di Bettino (noto ma ancora lontano dal diventare Presidente del Consiglio).
Qualcuno a una festa raccontò che il fratello minore di Stefania, Bobo, prendesse lezioni di ping-pong. Non ho mai potuto verificare la veridicità di questa voce.

 

Le strade delle città del mondo sono lastricate di scuole di scrittura.
Avendo una credo buona conoscenza della materia giuridica di riferimento, io comprendo ancor meno come si possa insegnare l’originalità, anche se essa caratterizza le opere dell’ingegno con un potenziale creativo minore di quello di un’invenzione ([1]).
In fondo il ping-pong è uno sport, la scrittura non credo.

 

A Jerome David Salinger non ho perdonato che egli non si fosse opposto al nome assunto dalla scuola di scrittura “Holden” (appunto), italiana e facente capo a Alessandro Baricco: nome che suona come appropriazione palese dei meriti del protagonista di The Catcher In The Rye ([2]) e dunque dello stile di Salinger.

 

A pagina 39 del numero del 15 giugno 2013 di La Repubblica c’è un’intera pagina lasciata allo sfogo di Aldo Busi nei confronti dei giornalisti che hanno strillato le sue pretese doglianze per essere stato escludo dalla cinquina dei finalisti del 2013 del premio letterario Strega.
Periodi lunghi, punteggiatura scarsa, Busi sarebbe un pessimo allievo di una scuola di scrittura.

 

Per contro, sempre il 15 giugno 2013 sul canale televisivo RAI5 nel corso di un documentario francese di quest’anno dedicato ad autori (letterari) newyorkesi (almeno per residenza) non ho sentito una frase non banale a parte qualche considerazione di Paul Auster. Su New York City alla fine degli anni settanta ne so più io.
E fra loro, intervistati nel documentario, qualche frequentazione di scuole di scrittura c’è stata.

 

Raul Montanari mi piaceva molto, da qualche tempo un po’ meno. Nulla di personale, con me è stato sempre molto gentile.
Lui che cerca di scrollarsi l’etichetta di scrittore di genere e insegna (anch’egli) scrittura, forse non si rende del tutto conto che gli scrittori di genere possono scrivere situazioni ripetitive, ma non sempre lo stesso romanzo, perché i loro lettori se ne accorgerebbero.

 

Insomma: i bravi scrittori lo sono indipendentemente scuole di scrittura che frequentano o nelle quali insegnano (e anche indipendentemente dal fatto che piacciano o non piacciano a me).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Per i più curiosi: legge n. 633 del 22 aprile 1941 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”) e decreto legislativo n. 30 del 10 febbraio 2005, n. 30 (“Codice della proprietà industriale”).
[2] Siccome non è obbligatorio saperlo: il titolo originale di Il giovane Holden è The Catcher In The Rye.

Provate a fondare una scuola di scrittura dal nome “L’afferratore nell’avena” o, anche, “Vita di uomo” (primo titolo italiano in un’edizione precedente quella (oggi quelle; quanto a traduzione) di Einaudi) oppure Caulfield (cognome di Holden).

DEMETRIO STRATOS: UN MIO RIMPIANTO


DEMETRIO STRATOS: UN MIO RIMPIANTO

 

Ho visto e ascoltato dal vivo gli Area direi cinque volte. Fra il 1975-1976 e il 1977, credo.
La prima volta di pomeriggio, di pomeriggio ([1]), al Salone Pierlombardo di Milano.
Beh Demetrio Stratos, il cantante, era unico.

 

Credo che il mio concerto finale fu quello di presentazione di Maledetti (Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano!), tenutosi a fine 1977 nell’aula magna della Università Statale di Milano ([2]).
Fischi agli Area, me li ricordo, avevano “tradito”: tradito cosa? A me piacquero anche quella sera, ma il punk bruciava tutto, e li “bruciai” in termini di rilevanza, anche se Stratos ...

 

Un giorno, andavo a ritirare un pacchetto non recapitatomi all’ufficio postale di Via Ferrante Aporti, a Milano, era già bella stagione (primavera), non ricordo l’anno, necessariamente 1978 o 1979: se volete la leggenda, facciamo che fosse il songbook di The Clash l’oggetto della spedizione ([3]).
Lungo il tragitto, sul fianco destro della Stazione Centrale, incrociai Demetrio Stratos, non mi parve onesto fermarlo e dirgli che per me era comunque un artista importante.

 

Della morte di Stratos, il 13 giugno 1979, non si scrisse molto sulla stampa.
Fu quando ascoltai per la prima volta questi versi che, quasi, trasalii: “uno come me/scarpe bianche come me/abitava alle ringhiere ([4]) a nord della città/cantava come un matto/di notte e di giorno/viveva la sua estate anche d’inverno [...]/di giorno e di notte [...]/in giro per Milano/sotto un cielo sempre nero/occhi chiari e un espressione da guerriero [...]/Maestro della voce per cantare dammi una canzone” ([5]). Quella canzone era ed è per lui.

 

Non credete al senno di poi: delle ricerche vocali di Stratos non interessava molto alla gente.
Se non fosse morto, sarebbe finito dimenticato.

 

Rimpiango di non averlo fermato, quel giorno.

 

Siccome la riconoscenza non esiste, nel documentario trasmesso da RAI Storia a tarda sera il 15 giugno 2013 non c’è spazio per “Maestro della voce”.

 

Nota di chiusura: ringrazio Renzo Magosso per avermi regalato alcuni dischi degli Area, allora.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Con Eugenio Finardi ad aprire.
[2] Non avevo neanche 18 anni, evidentemente andai e tornai con i mezzi pubblici.

[3] Quello ricordo bene che dovetti andare a ritirarlo là.
[4] Ma io continuo a sentire “navigava le frontiere”.
[5] Lunga citazione da “Maestro della voce” cantata da Franz Di Cioccio in seno alla Premiata Forneria Marconi.

giovedì 13 giugno 2013

15000 AND MORE


15000 AND MORE

 

Ricevo da EKS, che già ho ospitato nel blog con due post, una divertente vignetta che mostra Vice-Versa festeggiare i più di 15000 accessi al blog.

 

 



 

 

Curiosi di scoprire il tulipano rosa? Andate a visitare www.eks.viceversa.wordpress.com.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 EKS, Milano, Italia
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mercoledì 12 giugno 2013

THIS AIN’T A TV SERIES, THIS IS BRAINSTORMING!




THIS AIN’T A TV SERIES,
THIS IS BRAINSTORMING! ([1])

 

Una volta esistevano (o meglio qualcuno si era inventato): le vacanze intelligenti; quindi si arrivò alle letture intelligenti (per le quali bastavano, essenzialmente, libri pubblicati da editori di sinistra) mentre la televisione (il medium) non era ancora quel numero infinito di emittenti e canali odierno, quindi il problema non si poneva.
 
È mia opinione che la televisione sia diventata quantitativamente più stupida, in ragione di un aumento vertiginoso di canali di intrattenimento (sportivo e non) e, contemporaneamente, si sono ridotte nel numero e nella durata le trasmissioni (latamente) culturali: pensate alla mancanza di un programma come il Maurizio Costanzo Show ([2]) in seconda/terza serata.
 
Sono comparsi, invece, programmi molto eruditi travestiti da intrattenimento, addirittura infantile.
Cito con funzione di esemplificazione tre serie: The Simpson, The Big Bang Theory e The Penguins of Madagascar.
Vi sembrano programmi da bambini o da ragazzi? All’apparenza o ad una loro visione superficiale.
La prima di queste serie, infatti, è trasmessa negli USA in fascia serale (per noi pre-serale). I riferimenti sopratutto alla cultura popolare nordamericana nei suoi episodi si sprecano, e quindi non mi ci soffermo.
 
The Big Bang Theory richiede una conoscenza almeno discreta dei supereroi DC Comics e Marvel (ma se non avete mai letto una storia di Flash degli scorsi anni sessanta farete fatica senza assistenza qualificata) ([3]) e anche di Star Trek, sapere cosa sia Battelstar Galactica aiuta ([4]).
 
Per ultimo mi tengo il meglio: i Pinguini. Hanno una storia analoga (non uguale) a quella di The Pink Panther (il cartone animato): da meri comprimari a serie autonoma e con abbondanza di particolari.
Secondo voi a quanti anni un telespettatore scorge una citazione pedissequa di Doctor Strangelove di Stanley Kubrik?
E per i menzionati (almeno in 4 episodi) POW Manfredi e Johnson, di cui fatico a trovare anche nei siti dedicati alla serie in questione che dire?

 

Conclusione? Che ci sono persone brillanti e piene di fantasia che creano delle serie televisive molto argute, strutturate su due piani di fruizione: quella banale (ad usum cretini ([5])) e quella più elevata e qualche volta colta.
Cosi noi “non stupidi” sappiamo di esserlo e già tiriamo un modesto sospiro di sollievo ([6]); purtroppo, però, rimaniamo confinati per sempre nella riserva indiana culturale. Gli altri, ovviamente, basta che paghino per i loro spettacoli più o meno gladiatori e molto oppiacei (vedi Karl Marx).

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 
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[1] Un’altra titolazione derivata: “This ain’t rock’n’ roll, this is genocide!” cioè il finale dell’incipit parlato di “Future Legend” che introduce“Diamond Dogs” di David Bowie.
[2] Basti ricordare i due “Uno contro tutti” che videro protagonista Carmelo Bene.
[3] Se vi sembrano argomenti idioti, come mai in “The Dark Knight Returns” si parla di Corto Maltese? Lo dico a quelli che leggono solo i fumetti benedetti in non più giovane età da Umberto Eco.
[4] A tacer di un seppur blando “retrogusto a contrario” Hanif Kureshi (The Buddah of Suburbia) di certe vicende che coinvolgono Rai Koothrappali e – per me – un brivido molto philspectoriano rispetto a quasi tutte le tenute d’abbigliamento Howard Wolowitz.
[5] Come per i telefoni a batteria cellulare, che devono essere utilizzabili da chiunque purché alfabetizzato a sufficienza.
[6] No, non abbiamo solo libri “di sinistra” in biblioteca. Abbiamo anche molti libri che per decenni sono sembrati solo di genere (cito i miei due pallini emarginati nella sci-fi Philip K. Dick e James G. Ballard) agli stupidi e, certo, anche fumetti non certificati come corretti (vedi Lobo lo czarniano).

martedì 11 giugno 2013

JUNIOR CONFINDUSTRIA IS A PUNK ROCKER? (considerazioni non serissime, ma tragiche, sullo stato dell’Italia)


JUNIOR CONFINDUSTRIA IS A PUNK ROCKER? ([1])
(considerazioni non serissime, ma tragiche, sullo stato dell’Italia)

 

7 giugno 2013, al convegno dei “giovani industriali” il presidente dichiara che senza futuro c’è rivolta.
Ovvero “God Save The Queen” più “White Riot” ([2]).
Notevole.

 

La Nazione è allo sbando, rischiamo di avere sulle barricate uomini con le iniziali sulle camicie ([3]) e donne che utilizzano le loro borse Kelly ([4]) per trasportare bombe a mano?
Credo che siano più graditi i suicidi individuali dei disperati.
 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

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[1] Titolo evidentemente ispirato, ma in forma dubitativa e con licenza poetica sintattica, a quello di una canzone di The Ramones: “Sheena Is A Punk Rocker”.
[2] La prima, dei Sex Pistols, inizialmente era intitolata “No Future”, e la seconda di The Clash.
[3] Style Wars footnote: o avete dei fratelli e/o un padre vivente tutti nella stessa famiglia o niente iniziali, perché la lavandaia di famiglia non si confonde. Punto.
[4] Style Wars footnote 2: che è un cognome di donna nubile.

sabato 1 giugno 2013

“LA POSTURA DELL’ANFIBIO” (Nemo Disciplinatha in patria)


“LA POSTURA DELL’ANFIBIO”
(Nemo Disciplinatha in patria)

 

Queste righe ([1]) non hanno una struttura organica, se non quella di essere forme di pensieri ([2]) occasionati da un documentario edito in formato DVD di 68 minuti intitolato Questa non è una esercitazione, realizzato dai Disciplinatha sui Disciplinatha.

 

Ci sarebbe un modo molto semplice per permettere a molte persone di avere il mezzo di formalizzare i propri pensieri (se ne hanno): considerando la capacità di concedere spazio ad altri che i Depeche Mode hanno sempre avuto nel corso dei loro concerti: sommare un numero di artisti italiani sufficiente ad eguagliare, nel loro complesso, le vendite di fonogrammi ([3]) dei predetti Depeche Mode.
Ebbene: quindi chiedere – ed ottenere – che gli artisti nazionali “addendi” (e parlo di una somma comprendente esponenti come Vasco Rossi, Luciano Ligabue, Jovanotti, eccetera ...: tutti “idoli da stadio”) prima dei loro concerti facciano proiettare sugli schermi giganti quel documentario, il documentario dei Disciplinatha.

 

Questa non è una esercitazione è datato nei titoli di coda “XC Anno” dell’era fascista.
Purtroppo non è cosi, in quanto la era attuale consente a me di scrivere queste righe (non me lo permetterebbe una dittatura), ma impone anche ed ancora, a me o altro, di scrivere queste righe.

 

È una era apatica quella attuale: infatti, il documentario dei Disciplinatha non sarà diffuso negli stadi italiani, dove il pubblico si considererà come sempre democratico (anche perché fuma “spinelli” o non malmena qualcuno dei suoi familiari?), trasgressivo (bastano Elio e le Storie Tese) e seriamente impegnato con le vacanze estive imminenti (sai che bello mangiare spaghetti in Madagascar!).

 

In 24 anni i mercati cambiano: se Abbiamo pazientato 40 anni ora basta! ([4]) fu stampato nel 1988 in 1.500 copie (oggi è un disco raro), nel novembre-dicembre 2012 il cofanetto antologico Tesori della patria (4 CD e 1, quel, DVD) è stato pubblicato in 500 copie.
Sarebbe curioso (né bello, né interessante, solo curioso) sapere in quanti siamo a possedere copia di entrambi: da me il primo comprato al Disco d’oro di Bologna, il secondo via internet, tutti e due all’epoca della loro uscita, nessuna scoperta tardiva.

 

I Disciplinatha sono forse la compagine artistico-musicale che più riflette certe mie visioni provocatorie, ma non astruse – soprattutto ai tempi del loro primo album, come ad esempio il fatto che gli Arditi non erano in blocco degli ottusi (mentre l’ignoranza dei molti addirittura li confonde semplicemente con i fascisti) ([5]), e che per dare veramente fastidio con immagini “di sinistra” in Italia dovresti fare delle camicie con le foto dei cadaveri rinvenuti nelle foibe del “simpatico” Tito, dittatore jugoslavo ([6]).

 

Mi è anche tornato in mente che, al tramonto dei bei tempi, assistetti professionalmente Giovanni Lindo Ferretti in alcune vicende.
Ecco come io ebbi tutta la produzione de I Dischi Del Mulo in formato CD ([7]).

 

I Dischi Del Mulo: dopo Attack Punk Records furono la seconda “etichetta” dei Disciplinatha.
Ma perché allora Giampaolo G., oggi Helena Velena, che pubblicò quell’esordio fonografico, storceva il naso quando nell’agosto 1979, in un appartamento di Portobello Road, Londra, dove egli dimorava con Laura “Caccia Urbana” C., io scandivo “Skin’ead! Skin’ead!” in tono scherzoso, visto che noi mod eravamo quasi “carne” per skin e per punk? Beh certo allora lui osannava i Crass.

 

Non ha senso scrivere delle immagini e/o della musica dei Disciplinatha: sarebbe un tentativo mal riuscito.
Tanto se li cercate li trovate.

 

Infine: il titolo del post che avete letto è tratto da una frase del Disciplinatha Dario Parisini, il sottotitolo è mio.

 

 

                                                                                                                      Steg

 

 

 

© 2013 Steg, Milano, Italia.
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[1] Molti dei riferimenti trovano miglior comprensione andando a cercar nei post dove già ho scritto di certi eventi e di certe persone.
[2] Non è poco, per anni la sostanza giace informe, come tale essa è inutile anche per la mente di colui/lei che la genera, oltre ad essere insuscettibile di tutela da parte dell’ordinamento giuridico.

[3] Bastano quelli, senza scomodare i download.
[4] Esordio fonografico dei Disciplinatha.
[5] Vedi Impresa di Fiume.
Qualcuno dice che gli Arditi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale divennero un “beffardo ‘soldato politico’” (cito da pagina 7, nota 5, dell’introduzione all’edizione pubblicata nel 2013 da AGA Editrice (Milano) di Tom ANTONGINI, Gli allegri filibustieri di d’Annunzio.
[6] Ed infatti in Tesori della patria trovate anche un CD di inediti e rarità intitolato Foiba.
[7] E scoprii – grazie a GLF e a CB (chi sa di cosa scrivo sa di chi scrivo) – anche il formaggio reggiano Vacche Rosse.